La Commissione Ue prova a mostrare un volto meno rigorista

La fiducia delle imprese crolla e a Bruxelles c’è chi sottolinea la “flessibilità” degli obiettivi di bilancio. Il saggio del dg Buti
8 AGO 20
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La Commissione europea sta lentamente cambiando passo sull’austerity, anche per adattarsi ai cangianti equilibri politici europei. La caduta del governo liberale e pro austerity olandese, come pure la vittoria del candidato socialista François Hollande al primo turno delle presidenziali francesi, hanno infatti incrinato il fronte rigorista guidato da Berlino. Senza contare che sempre Bruxelles, ieri, ha rilevato che l’indice della fiducia economica è calato ad aprile nell’Eurozona: il risanamento fiscale procede senza sosta, ma l’indicatore Esi (che misura la fiducia del business e dei consumatori sullo stato dell’economia) è calato di 1,7 punti a 92,8 punti, annullando i rialzi del primo trimestre e riportandosi sui valori di dicembre. A fronte di tutto ciò, cosa sta avvenendo nella Commissione Ue? Non c’è soltanto la voce dal sen fuggita del commissario agli Affari economici, Olli Rehn, secondo cui – come scritto dal Foglio il 22 aprile scorso – sulla base delle previsioni economiche di primavera, “valuteremo e decideremo” quale deve essere il corretto equilibrio “tra consolidamento dei bilanci e crescita”.
Una conferma dei nuovi orientamenti è data anche da un saggio appena scritto da Marco Buti, direttore generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea, in cui si sottolinea, seppure tra mille distinguo, che gli obiettivi di risanamento devono essere flessibili e calibrati caso per caso. Nel documento intitolato “Fiscal austerity and policy credibility”, pubblicato sul sito di economisti Voxeu.com, Buti (con il coautore Lucio R. Pench, responsabile delle politiche fiscali della direzione Affari economici) scrive che “la rinnovata fase di tensioni in Europa, e nell’Eurozona in particolare, dal secondo semestre 2011, con la prospettiva di una doppia recessione alternata alla crisi del debito sovrano, ha rinfocolato il dibattito sull’austerità fiscale. Nessuno mette in dubbio che le economie europee necessitano di ridurre i loro deficit e debiti pubblici, tuttavia l’austerità deve essere valutata caso per caso: paesi con debito pubblico molto alto o che cresce molto rapidamente fanno bene a seguire un aggiustamento veloce”. Ma, continua il documento, “il ritmo appropriato di consolidamento deve essere differente da paese a paese”.
Una precisazione importante anche sul ruolo di Bruxelles: “Spesso si considera che le regole Ue siano caratterizzate da un modello unico di consolidamento fiscale, cosa che ignorerebbe il bisogno di differenziazione di cui si è parlato. Ma quest’immagine non è accurata”, perché “la Commissione lascia uno spazio considerevole a strategie di austerità, sia in termini di prescrizioni iniziali del percorso di risanamento che dei successivi adattamenti agli choc economici”. Insomma, la flessibilità del sistema comunitario, scrive ancora Buti, è “più vasta di quanto non si creda” e lascia spazio a compromessi sulle ricette. In particolare, quando la situazione necessita di una proroga per esempio del rientro dal deficit, alla Commissione e al Consiglio “è lasciata capacità discrezionale sull’allungamento dei termini”.
Sul Telegraph anche Ambrose Evans-Pritchard, profondo conoscitore di cose europee e tifoso anti austerità, riprende il documento e poi parla di una confidenza che gli sarebbe stata fatta da un altro responsabile della Commissione Ue: “Gli stati devono tagliare il deficit al 3 per cento del pil entro il prossimo anno secondo le norme europee ma questo non è inciso nella pietra. Se avranno fatto i compiti a casa, mostreremo un po’ di flessibilità”. Al punto che sin dal vertice Echttp://retro.ilfoglio.it/plazaposts/addofin di metà maggio, scrive il Telegraph, si potrebbe creare una coalizione di volenterosi per diluire il rigorismo teutonico con il sostegno della Commissione.